mercoledì 21 luglio 2010

Vorrei vivere in un film di Wes Anderson




Possibile tormentone estivo? Musica da cani?
Praticamente entrambi se non altro perché il gruppo si chiama I cani e in questa estate è la canzone che ho ascoltato di più in un giorno, per lo meno è già stato un mio piccolo tormento.
Li ho scoperti per caso attraverso la compilation mensile gratuita di Rock.it con la canzone "I pariolini di 18 anni" che mi è entrata subito in testa, ma quando ho sentito anche questa seconda canzone non ho potuto fare a meno di promuoverla qui per il tema cinematografico (vedi film di Wes Anderson su Il Recidivo).
I Cani sono un gruppo esordiente che vuole, per ora, rimanere lontano dai riflettori, sono usciti con solo queste due canzoni promuovendole in rete. Io gli auguro almeno una vampata di successo.

martedì 20 luglio 2010

The Onion movie

the onion movieFilm che raccoglie una serie di sketch non sempre brillanti, spesso politicamente scorretti, talvolta divertenti, tenuti insieme da un archorman che lancia dal suo telegiornale quelle "imbarazzanti" notizie.
È una trasposizione filmica della rivista satirica The Onion (se volete farvi un'idea esiste una versione online) e potrebbe essere visto come una specie di declinazione americana dei film inglesi E ora... qualcosa di completamente diverso dei Monty Phyton e anche del buon "vecchio" Helzapoppin'.
La diversa nazionalità influisce nello stile apportando una maggiore volgarità irriverente rispetto ai cugini inglesi, ma riesce comunque a trasformarsi anche in critica di alcuni aspetti della società americana, come i pregiudizi sui neri/repper o il problema dell'obesità, e fare dell'ironia sulle cantanti teenager praticamente animatrici soft-porno: personaggi tipo Britney Spears per gli anni passati, Miley Cyrus per quelli correnti (il personaggio del film assomiglia alla prima e il suo nome, Melissa Cherry, ricorda quello della seconda).
Ma non ha senso dedicare troppe parole al film, come rivelano quelli della cipolla "sappiamo che i critici cinematografici sono dei pagliacci" e alla massa non interessa niente di quello che dicono, quindi chiudo come loro, facendo il verso a Edward R. Murrow: «Per Onion News qui è Il Recidivo, fanculo e buonanotte!».
Gradito
| Reg: 6 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 7 | Son: 6 |

sabato 17 luglio 2010

The Hole

the hole il bucoIn un college inglese d'élite, retta annuale da trentamila dollari, sono scomparsi quattro ragazzi. I giovani avevano deciso di nascondersi in un bunker nel bosco vicino la scuola per evitare una noiosa gita.
L'intenzione era spassarsela per tre giorni e con una piccola bugia nessuno si sarebbe accorto di niente, il loro amico Martin, l'unica persona a conoscenza della furbata, sarebbe andato a riaprire la botola del bunker. Ma il piano non fila liscio.
I film si apre con Liz, una di loro, in stato confusionale che barcolla lungo una strada e sembra essere sfuggita a un maniaco. Arriva al college vuoto, trova un telefono, prende la cornetta e tira un urlo. Da qui in poi, con l’aiuto di una psicologa, si cercherà di ricostruire cosa è accaduto veramente in quel buco.
Lo schema del film è avvincente, la narrazione ricorda una versione molto semplificata de I soliti sospetti, si inizia con due versioni soggettive non compatibili, che incuriosiscono lo spettatore, e si prosegue con flashback che spiegano come sono andate realmente le cose in quei giorni di segregazione forzata. Purtroppo la sceneggiatura ha anche dei punti deboli macroscopici su cui si glissa rendendo poco credibile soprattutto il ruolo della polizia.
Molto convincente è invece il ruolo di Thora Birch, sempre brava in queste parti che ben si adattano alle sue forme burrose. Per lo più si tratta ogni volta della ragazza “tipo”, da contrapporre alla bella del caso. Qui tutti i ragazzi del film sono stereotipati: la biondina svampita, lo sportivo esuberante, il bel tenebroso e quello bravo e intelligente. Abbiamo già detto che hanno anche un fattore comune: l’essere tutti benestanti. Risulta chiaro che c’è un intento di selezione “sociologica” che però non si concretizza in un sviluppo e non si scava in quel “buco”. Infatti, mentre si costruisce un background che poggia sull’apparenza, e si punta quindi il dito contro una gioventù di superficiali, vanitosi e spaventosamente vuoti, rimane oscuro il contorno. L’unico particolare che traspare è la totale assenza della famiglie («Non sono pazza è che mia madre non mi ascolta»).
In conclusione, in quel mondo di privilegiati abituati ad avere ogni cosa materiale, anche l’amore diventa un'ossessione possessiva, un qualcosa di completamente disinteressato all’altro come persona, praticamente un interesse egoistico da soddisfare.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 7 |

venerdì 16 luglio 2010

Solomon Kane

locandina solomon kaneSiamo al tempo della magia e della stregoneria, più o meno fine del millecinquecento per capirsi, e Solomon Kane è un avventuriero mercenario che sta per entrare con un manipolo di uomini dentro la sala di un castello che cela un immenso tesoro. Ad accoglierlo vi trova una creatura demoniaca che vorrebbe prendere la sua anima, ma Solomon riesce a sfuggire, e anche se sembra d’aver appena visto la fine è solo l’inizio.
Un anno dopo lo troviamo in una cupa Inghilterra ritiratosi a vita monastica, vuole redimersi e stare lontano dalle strade della violenza, sembra più per necessità che per conversione: se si allontana dal sentiero della pace il diavolo tornerebbe a reclamare la sua anima dannata. Purtroppo il frate capo lo caccia perché, dice, il suo destino non è lì.
Solomon si ritrova a girovagare e dopo essere stato picchiato dai briganti viene curato da una famiglia puritana che lo accoglie e gli fornirà un nuovo motivo per riabbracciare la divina arte dell’assassinio.
Solomon Kane è un personaggio dello scrittore Robert Ervin Howard più noto per Conan il barbaro e come si è capito il genere è un fantasy, ma con venature gore, con uno "spessore" più vicino ad Hercules (telefilm) che al Signore degli anelli. Nel complesso si nota comunque un certo impegno produttivo, curato il lato sonoro, ma infastidiscono alcuni abusi e carenze sceniche come torce dove logicamente non dovrebbero esserci e spazi scarni e limitati. Poco convincenti anche l'uso del rallenti, più patetico che epico.
L’aspetto interessante è il clima puritano che, ricordo, promuoveva una teologia che intendeva purificare la chiesa ed eliminare i compromessi del cristianesimo (assistiamo anche ad un’evocativa, ma non ben riuscita, crocifissione). Centrale è il dilemma morale di come comportarsi quando il male si prende tutto con la violenza. Solomon cosa deve fare? Rimanere sul sentiero della pace e lasciare che tutto ciò accada? Se non combatterà allora il sopruso avrà la meglio e i deboli verranno vessati dai bruti.
Un intrattenimento non di prima scelta con un pizzico di sostanza, alle volte può bastare.
Gradito
| Reg: 6| Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 7 |

domenica 11 luglio 2010

Corto - Big Bang Big Boom (Blu)



Dopo i disegni sui muri un nuovo corto di animazione in stop motion che concilia la pittura urbana con oggetti fisici. Un'evoluzione ipnotizzante per un'apocalittica involuzione della vita sulla Terra.
Artista: Blu

venerdì 9 luglio 2010

Testimone d'accusa

testimone di accusaL’avvocato Wilfrid Robarts è appena tornato nel suo ufficio dopo un periodo di degenza in clinica a causa di un attacco di cuore. Ad assisterlo c’è la petulante infermiera Miss Plimsoll che vorrebbe imporgli un regime salutista e riposo assoluto, ma la causa penale di Leonard Vole, accusato di aver ucciso Emily French per intascarne l’eredità, desta l’attenzione dell’avvocato che vuole prendere in mano la difesa, e anche sigari e brandy.
Il giallo secondo il genio della commedia raffinata Billy Wilder: suspance e divertissement si uniranno. Infatti il regista-sceneggiatore confeziona, da un testo teatrale della regina incontrastata del genere, Agatha Christie, un legal thriller arguto e comico.
La nostra attenzione viene catturata da Wilfrid “la volpe” che sforna battute pungenti e intelligenti. Sono in particolare i battibecchi e gli stratagemmi contro la disciplina di Miss Plimsoll a risultare esilaranti. Il fatto che i rispettivi attori fossero sposati nella vita reale aggiunge un retrogusto metafilmico ai diverbi.
Segue poi il processo, fatto di dialoghi serrati ed avvincenti dove centrale diventa la figura di Christine, la moglie di Leonard, il “testimone d’accusa” del titolo. Sarà lei il nodo cardine del processo. A interpretarla è un’ammaliante Merlene Dietrich, la donna fredda fuori e calda dentro. Leonard conta molto sulla sua testimonianza, ma Wilfrid dice che ci conta come un uomo che affoga e si aggrappa alla lama di un rasoio.
In un gioco di furbizie ed equivoci si arriva al colpo di scena finale, la logica legale dell’avvocato si era dovuta fermare un attimo prima, riusciva a sentire che qualcosa non tornava e può solo assistere inerme nel constatare come il cuore, o meglio il desiderio, e la maschera, o meglio l’inganno, si fanno beffe della legge.
Deliziato
| Reg: 8 | Rec: 8 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 8 |

mercoledì 7 luglio 2010

The Mist

the mist locandina del film

Dopo un tremendo temporale che abbatte mezza casa sul lago, il giovane papà David Drayton e il figlioletto Billy scendono in paese per fare degli acquisti.
Una densa nebbia avvolgerà il supermercato intrappolandoli. Chi prova ad uscire muore, sembra che la coltre nasconda orribili e voraci creature.
Ho già esplicitato il mio debole verso i film che si svolgono principalmente rinchiusi in un’unica location (sopra tutti c’è L’angelo sterminatore di Buñuel). Spesso il genere cinematografico che più si addatta a questa “recinzione” è l’horror, come in questo The Mist che, scopriremo, ha anche una venatura fantascientifica.
Il fim è benedetto da un tocco "regale", la sceneggiatura è tratta dal racconto “La nebbia” di Stephen King, mentre il regista è Frank Darabont che ha già mostrato la sua capacità nel trasporre su pellicola i testi dello scrittore (Il miglio verde, Le ali della libertà) ottenendo anche in questo caso un buon risultato.
La costrizione di un gruppo di individualità in uno spazio chiuso è una situazione ideale per studiare le dinamiche interpersonali e far emergere atteggiamenti che svelano la società di appartenenza, in questo caso quella americana “provinciale”.
Come insegna il maestro George A. Romero, Darabont/King sfrutta il genere per aggiungere all’intrattenimento della critica sociale, riprende un non-luogo classico come il supermercato, tempio del consumismo, già caro a Romero, e lo fa scenario di una micro-società sotto stato di assedio. Qui assistiamo all’emergere della paranoia che si trasforma in minaccia interna e porta alla divisione delle persone fra fanatici religiosi e razionalisti. I mostri sono le bestie là fuori, o siamo noi, capaci di infierire sulla nostra stessa specie?
Il finale scansa furbescamente il lieto fine, pur ristabilendo nel complesso un certo ordine positivista, e dà una stoccata allo spettatore. Il problema è che l'extrema ratio è in realtà insulsa nella scelta del momento in cui attuarla.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 5 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 6 |

domenica 4 luglio 2010

L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza

anno genitori in vacanza

Certi film, come quasi tutti i libri, scelgono il momento in cui essere visti, o letti. Questa commedia sembra adattarsi perfettamente al clima attuale fra mondiali di calcio, caldo estivo e soprusi politici.
Mauro ha dodici anni e viene scaricato davanti il condominio del nonno che abita a San Paolo, i suoi genitori devono partire in tutta fretta per una “vacanza” forzata dalla dittatura. Il ragazzino non è per niente contento di quella improvvisata e salite le scale non troverà nemmeno il nonno ad attenderlo. Verrà “adottato” dal vicino, l’ebreo Shlomo, per poi essere accolto da tutto il quartiere yiddish.
Un mese estivo altamente formativo per il piccolo Mauro, che deve improvvisamente far fronte alla mancanza dei genitori e imparare a badare a sé, ma quello che apre e chiude questa parentesi è il Mondiale del 1970, quello in Messico, quello del Brasile di Pelé, quello in cui verrà assegnata l’ultima Coppa Rimet. A caricare la passione calcistica di ancora più aspettativa c’è la promessa che papà e mamma torneranno in tempo per vedere insieme la partita per la coppa.
Una simpatica commedia agrodolce, cromaticamente giallognola, un giallo-oro brasiliano, si rivela praticamente un amarcord dove traspare continuamente la memoria un po’ nostalgica per una quotidianità con stimoli minori, rasenti la noia, ma più genuini, perché ogni piccola cosa si carica di significato speciale (un subbuteo artigianale, una foto, un sorriso, la figurina mancante, dei guanti).
È proprio questa dimensione personale, rinchiusa nella contingenza politica e sociale, che si rivela il centro del ricordo più vivido di un bambino/regista, un ricordo di un tempo dove il crogiolarsi nell'utopia politica e nella vivace ingenuità fanciullesca rendeva possibile sognare.
Con una tinta comica si rivela il desiderio del nostro protagonista che nella partita di quartiere, ebrei contro italiani, di colpo scopre cosa vuole essere: "negro e volare tra i pali!". Il perché del "negro" lo capirete dalla visione, il perché dell'essere portiere è nascosto nel suo ruolo e in una frase dettagli dal padre.
Come finisce? Già lo sappiamo: Brasile-Italia: 4 a 1.
Gradito
| Reg: 6 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 6 |